Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

FRATE FRANCESCO A STRONCONE
Convento di San Francesco d'Assisi
Chiesa di San Francesco d'Assisi
Convento di San Simeone
Beato Giovanni Vici da Stroncone
Beato Antonio Vici da Stroncone(a)
Beato Antonio Vici da Stroncone (b)
illustri francescani di Stroncone
BEATO ANTONIO VICI DA STRONCONE

BEATO ANTONIO VICI
DA STRONCONE (b)

Il “libretto” di preghiere che il beato Antonio aveva usato sin dal suo noviziato (Assisi, San Damiano: Reliquiario)

I l Beato Antonio Vici, gloria di Stroncone, è di certo uno dei personaggi più emblematici all’interno del movimento dell’Osservanza, avendo ade­rito all’ala più radicale. Era nato a Stroncone sulla fine del Trecento (1381, nella “Positio”) da Vico (Ludovico) e Isabella. A dodici anni entrò tra i frati minori dell’Osservanza come fratello laico nel con­vento di Stroncone, dove probabilmente fu accolto da frate Nicolò “ Vannutii” da Camerino. Poco tempo dopo passò a Fiesole, dove sta­va appunto frate Giovanni da Stroncone, zio di Antonio per parte di padre. Quindi passò nella Maremma toscana e in Corsica, per poi tornare in Umbria; risiedette tra l’altro a Perugia, a Bettona, e alle Carceri, finché si ritirò a San Damiano, dove morì il 7 febbraio 1461.

Religioso di grande austerità, ricco di spirito di devozione, e do­tato del dono della profezia, esercitò un fascino profondo sui con­temporanei: dai frati letterati, come San Giacomo della Marca, ai frati “idioti”, quali i frati portinai; dai magistrati comunali, ai più umili po­polani.

La prima biografia di Antonio è contenuta nello “ Speculum Ordinis Minorum”, detto la “Franceschina”, un leggendario scritto in volgare umbro, intorno al 1474, probabilmente da Giacomo Oddi, un fran­cescano riformista, un osservante in linea con le aspirazioni degli spi­rituali del secolo XIV. Tra gli scopi della “ Franceschina”, quello di mantenere vivo e operante, con superiore imparzialità, il fermento degli Spirituali, mostrando che esso corrisponde al primitivo ideale francescano. Suddiviso in tredici capitoli dedicati ad altrettanti mo­delli di vita claustrale (disprezzo del mondo, obbedienza, povertà, castità, carità, orazione, umiltà, pazienza, penitenza, sante virtù in ge­nere, annichilamento, castigo per chi non osserva la Regola , premio per chi la osserva), primo protagonista è Francesco d’Assisi; quindi l’attenzione si sposta sui suoi compagni e infine sulle figure più illu­stri che fiorirono nell’Ordine dal XIII al XV secolo, tra questi il no­stro Beato Antonio.

La “ legenda” del Beato Antonio segue immediatamente quella di San Bernardino da Siena, e fa da chiusura al quarto capitolo intitolato “ de la santa castità”. Vi si narra della nascita del Beato Antonio, da Vico e Isabella di Stroncone; dell’assunzione dell’abito a 12 anni, della sua andata in Toscana. Discepolo del Beato Tommaso da Scarlino, è mandato in Corsica a propagare l'Osservanza. Coltiva con grande amore la po­vertà, la castità, la carità e l’orazione.

Alla scuola del Beato Tommaso da Scarlino, Antonio apprende l’arte della gimnodia e, per dodici anni, in gioventù ogni giorno fece mille ge­nuflessioni in terra «intra la nocte e lo dì», una penitenza che rien­trava nel programma di vita ascetica degli illetterati e che vigeva so­prattutto nei bizzocaggi femminili. Dotato di profonda umiltà si riteneva «el più vile et desutile fra­te che fosse nell’Ordine», per questo sceglieva «li vili servitii de la ca­sa» e, terminatili in fretta, «prestamente se ne tornava a la sua quiete et vita solitaria», senza tuttavia mai oziare. In chiesa fungeva poi da sagrestano. Un giorno gli apparve Gesù Cristo e gli disse «che molto gli piaceva la messa bene illuminata»; da allora il Beato, ovunque si trovava, procurò che durante la celebrazione liturgica vi fossero molti e buoni lumi. Devoto dell’Eucarestia, frate Antonio era solito, prima di comunicarsi, di chiedere perdono dei suoi difetti in gi­nocchio e a ciascun confratello del convento dove viveva. Devoto della Madonna, mentre abitava a Sant’Onofrio di Bettona, un giorno, dopo aver avuto una visione della Madonna, disse a un suo confratel­lo che un dipinto conservato in quella chiesa era il più somigliante al­ la Vergine santissima: «mai io non vidde una figura resemegliarse a la Vergene Maria como questa».

Paziente, non si sottrasse alle persecuzioni e alle tribolazioni, co­me quando fu ingiustamente accusato di aver tagliato trenta viti nel­l’orto del convento. Le accuse erano cadute su di lui perché «esso era molto zelante della povertà» e agli occhi dei rigoristi quelle viti po­tevano apparire un attentato alla povertà evangelica cui erano tenuti i frati dell’Osservanza. Egli, sebbene innocente, non cercò di discol­parsi, anzi accettò di buon grado la penitenza inflittagli dal guardiano del convento: trenta discipline, una per ogni vite che era stata taglia­ta nell’orto. Ai confratelli tribolati era poi solito ripetere: «Beve, beve, figliolo mio, como che fo io. Passa via, passa via; che per questa via bisogna che passe el vero servo de Dio, che per questa via sonno andati tucti li santi homini».

Rigido con sé - era solito andare a piedi nudi tutte le stagioni dell’anno, portare la sola veste senza altri indumenti; dormiva po­chissimo e suo cibo era, quasi sempre, pane e acqua di “’ascenso”; al­trettanto era però largo con gli altri, specie quando si era in viaggio. Così, un giorno, a un confratello suo compagno di viaggio, ebbe a di­re: «mangia al tuo bisogno fratello mio, acciò che possa fare la obedienza del tuo prelato; et non guardare ad me». E in un altro gior­no di grande calura, giunto a Fonte Maggio, a mezza strada dell’erta che da Assisi porta al convento delle Carceri, al confratello che lo ac­compagnava e gli chiedeva perché mai non andasse a dissetarsi con quell’acqua fresca, il Beato Antonio rispose che «era troppo sensuale al corpo suo». E così per 24 anni, tanti ne trascorse ad Assisi, recan­dosi alle Carceri, quantunque assetato, si privò di bere a quella fonte «per ben che se ne sfiatasse».

Zelatore della regolare Osservanza, gli venne affidata la cura del­l’Ordine. Così era anche accaduto alla Beata Angela da Foligno e al Beato Tomasuccio da Nocera, detto pure da Foligno, o da Gualdo o da Siena: due illustri campioni dell’osservanza letterale della Regola e del Testamento di San Francesco. Se nonché ad affidare a Angela e a Tomasuccio una siffatta missione sarebbe stato lo stesso San Francesco apparso loro in visione; quanto al Beato Antonio sarebbe stato invece lo stesso Ministro Generale che, poco prima di morire, «vedendolo così tenero dell’Ordine et spetialmente dell’offitio divino, gli conmandò, per santa obedientia che dovesse avere cura dell’ordine». L’autore della Franceschina tace tuttavia sui tempi, sui luoghi e sui personaggi coinvolti; dal che si evince che trattasi di una figura letteraria per de­lineare l’indirizzo seguito da frate Antonio.

Il nuovo corso dato all’Osservanza dalle quattro colonne , cioè da Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Giacomo della Marca e Alberto da Sarteano, in particolare l’apertura delle scuole e in primo luogo lo “Studium” generale perugino di Monteripido, inaugurato nel 1438, dagli zelatori fu ritenuto una infedeltà alla Regola. Narra Bernardino da Fossa che ad un Capitolo generale degli Osservanti, te­nuto intorno alla metà del ‘400, un confratello, dopo aver riconosciu­to che la famiglia era ormai salita a grande considerazione, cominciò a lamentarsi perché i frati non venivano sufficientemente preparati negli studi classici. In ciò fu contraddetto da alcuni frati e lo stesso Bernardino da Fossa ebbe a rispondergli che se la famiglia Osservan­te aveva raggiunto una tale reputazione senza una puntuale forma­zione culturale, poteva ancora andare avanti benissimo senza intro­durre modifiche nel piano degli studi preparatori e concludeva: «melius esse studia non habere». I frati pensino alla preghiera, alle devo­zioni e al culto divino, poiché a difendere e a incrementare la fami­glia ci penserà il Signore.

Dal contesto si apprende che gli assertori di questa osservanza, che rimanda a frate Paoluccio e a suoi primi com­pagni, erano i frati della Provincia di Sant’Angelo, cioè degli Abruzzi e delle Puglie; e in questa Provincia aveva chiuso i suoi giorni frate Gio­vanni, zio del Beato Antonio.

Rassegnate le piccole cose che teneva con sé: il libro di preghiere che aveva usato sin dal suo noviziato; «lo focile e una legena», con cui, andando egli a piedi scalzi, era solito riparare «le crepacce e le fissure de li piedi», il Beato Antonio, dopo aver servito il Signore nella religione dei frati minori per ben 68 anni, morì a San Damiano il 7 feb­braio 1461.

Il corpo dei Beato venne deposto nel sepolcro comune dei padri di quella chiesa conventuale. Ma neppure un anno dopo, un fanciul­lo di Assisi, di nove anni, chiamato Liberatore della Pelegrina, vide un lume misterioso sopra il sepolcro del beato. Il collegamento della santità di Antonio con la luminosità - una tipologia molto fre­quente - fu l’inizio di una lunga stagione di miracoli operati per sua intercessione. Si legge nella “Franceschina” che, su consiglio di frate Gia­como della Marca, il quale all’epoca dimorava nel convento delle Carceri di Assisi, il corpo del Beato Antonio fu riesumato; l’averlo trovato in­tatto fu ritenuto una conferma divina della sua santità. Ma per il mo­mento il corpo non fu esposto alla venerazione, ci si limitò a serrarlo in una posizione onorifica, a una certa altezza dal pavimento, sul mu­ro della chiesa di San Damiano, “in cornu evangelii”.

Fu un accorrere di gente e fu allora che «el Signore demostrò molti segni et miracoli». Così, il Beato Antonio, che in vita era stato dotato di spirito di pro­fezia - più volte aveva predetto le cose future -, in morte compì nu­merosi miracoli. Questo l'elenco che appare nella “ Franceschina”:

Ridona la vita a Fiorenzo di Perugia;

Libera Bionda di Roscetto da Trevi dal possesso del demonio;

Guarisce una tal Margherita di Montefalco;

Libera un’altra donna di brutta infermità;

Fa stagnare un carratello di vino a Pietro di Paolo di Assisi;

Fa ritrovare un fanciullo smarrito e ne sana due altri;

Guarisce la moglie di Crispolto del funaio;

Guarisce due altri fanciulli;

Guarisce Vittoria, moglie di Francesco Sconfessa;

Libera dalla morte un uomo morso da un aspide;

Guarisce da febbre ostinata Argentina, moglie di ser Giacomo di Terni;

Libera dal mal di capo il minorità frate Matteo lombardo;

Libera dal carcere una donna di Assisi;

Guarisce un figlio di Giacomo di ser Mariano di Assisi;

Sana una donna di Perugia da male incurabile, come ebbe a te­stimoniare il minorita frate Matteo da Castello;

Risana un terziario francescano di Assisi chiamato Angolino;

Risana donna Margherita di Perugia del Terzo Ordine di San France­sco;

Ottiene il parto felice a una donna del Palazzo Fidecagno;

Risana una gamba ad un uomo e ne libera due dal mal caduco;

Ridona l’uso di un braccio a una donna di Ponte San Giovanni e l’uso di una gamba al minorita frate Zenone di Terni.

Al termine di questo lungo elenco, la “ Franceschina”, rivolgendosi a chi volesse sapere di più sul potere taumaturgico del Santo, suggeri­sce di visitare il suo sepolcro a San Damiano, «dove vedere le mera­vigli de Dio omnipotente».

La “ Franceschina”, più che una fonte storica, è un libro di pietà; e quello del Beato Antonio è un modello di santità ascetica e penitenziale, fatta di fedeltà all’ideale primitivo e imperniata sulla contemplazione e sugli slanci mistici. La maggior parte dei miracoli compiuti dal san­to avvengono non a contato con la tomba, ma nella paurosa solitu­dine della malattia, con l’unico sostegno dell’incrollabile fede nella forza taumaturgica del Beato. E quasi sempre i miracoli avvengono a seguito della formulazione di un voto: nella mentalità popolare, una formula magica capace di garantire il miracolo. E, a miracolo ottenuto, si va alla tomba del Santo per ringraziarlo, deporre un regalo e sciogliere il voto. Quanto alla natura dei miracoli prevalgono le guarigioni da possessioni diaboliche, da malattie neuro vegetative e da traumi. Senza entrare nel merito della patologia delle malattie ri­ferite dai testi, ciò che è importante rilevare è il fatto che il Beato Antonio, il quale in vita aveva martirizzato il suo corpo, ora si apre alle angosce degli uomini; le sue penitenze, i suoi digiuni, la sua fedeltà alla Regola di San Francesco, e in particolare alla povertà evangelica, in­tesa nel suo profondo legame d’unione con Cristo crocefisso, lo rendono, ora che è morto, interlocutore privilegiato con i più poveri, i malati.

A proporre il Beato Antonio come modello di santità furono in pri­mo luogo alcuni suoi confratelli, e ciò a gloria della loro religione. Emblematica è la “oratio devotissima ” composta da san Giacomo della Marca «in laudem beati Antonii de Stronconio», preghiera che dopo la morte di frate Giacomo - vi compare infatti con il titolo di venera­bile - si volle trascrivere nel codicetto del Beato Antonio, quasi un’autentica della sua santità in quanto attestata da un frate altret­tanto santo.

Anche la comunità di Stroncone desiderò di godere del benefi­cio di un patrono moderno e per di più suo concittadino; ma si era in un clima spirituale ostile: sugli Spirituali e suoi loro simpatizzanti non erano state ancora ufficialmente cancellate le condanne di papa Giovanni XXII; mentre non rientrava negli schemi dei frati minori dell’Osservanza potenti, e ormai conventualizzati al pari degli altri confratelli che saranno poi detti conventuali, un siffatto modello di santità. Sta di fatto che, nonostante questa prima traslazione, e no­nostante la devozione dei fedeli che si recavano a pregare su quella tomba, nessuno per il momento si adoperò a istruire un regolare pro­cesso per l’approvazione del culto.

Scrive il padre Filippo Montio nella “Vita del beato Antonio”, che, «aumentossi talmente verso di esso la devotione ne’ popoli, era sì nu­meroso il concorso de’ fedeli al suo sepolcro e sì notabilmente cre­sceva il numero delle gratie che i devoti cristiani da Dio ricevevano gli di lui meriti, che non parendo a quei buoni religiosi il posto asse­gnato a quelle sacre reliquie fosse corrispondente allo splendore et gloria che il servo di Dio godeva già nei cieli, instigati anche dalla de­votione de’ fedeli che tutti ansiosi se ne vivevano di vedere con gl’oc­chi corporali quel corpo che come gl’altri della mente riverivano en­tro d’una muraglia nascosto, si risolverono porgere humili et devoti l’instanze alla Santa Sede Apostolica Romana acciò si compiacesse per mera sua benignità concedergli licenza di levare quindi dalla mu­raglia quel sacro corpo et collocarlo entro altra più honorevole cassa, esporlo in luoco decentemente adorno alla pubblica vista et veneratione de’ devoti fedeli a maggiore honore de Iddio et gloria del suo servo Antonio» (F. Montio, Vita del beato Antonio Vici da Stroncone, 1688). Il che accadde nel 1599, su autorizzazione del cardinal Girolamo Mattei, protettore dell’Ordine (1588-1603). Il Montio tace però su altre circostanze, non certo secondarie: in primo luogo, la nuova attenzione con cui il movimento dei Riformati seguì le varie manifestazioni di pietà popolare verso il Beato Antonio. Sin dal 1534, il convento di San Damiano era divenuto uno dei centri di forza dei frati minori Riformati dell’Umbria, detti anche della più stretta Os­servanza, i quali idealmente si riallacciavano ai primordi di quell’os servanza, di cui il Beato Antonio era stato un campione. Quindi dal 1579, in forza della bolla «Quum illius vicem», si operò una più netta di­stinzione tra Osservanti e Riformati. Mentre la solenne traslazione del Beato Antonio poté avvenire solo sotto il pontificato di Clemente VIII, grande difensore e fautore dei Riformati: basti ricordare come nel 1593, al cardinal Girolamo Mattei protettore dell’Ordine, che si re­cava a presiedere il Capitolo generale a Valladolid, il papa diede alcune istruzioni tra le quali quella che in ogni Provincia vi fossero al­meno tre case di Riformati, compreso il noviziato.

Effettuata la solenne traslazione ed esposto entro un’urna di cri­stallo, alla vista dei fedeli, il corpo del Beato Antonio si presentava ancora incorrotto e sulla palma della mano destra i lineamenti di una rosa bellissima formata dalla stessa carne; i Riformati provvidero a favorirne il culto celebrando annualmente in San Damiano un’officiatura in suo onore, il 7 febbraio, anniversario della sua morte.

In quello stesso torno di anni, anche a Stroncone si iniziò a com­memorare questo anniversario con una messa cantata all’altare dei Cordigeri cioè dei Terziari, dove in seguito il beato fu effigiato tra gli altri santi francescani.

Ma prima che il culto sia ufficialmente approvato dovrà passare un altro secolo: il riconoscimento del culto prestato «ab immemora­bili» - che equivale alla beatificazione - di frate Antonio, con l’appro­vazione della relativa officiatura, si ebbe infatti con papa Innocenzo XI, il 28 giugno 1687.

Due almeno le circostanze che favorirono questa prima impor­tante tappa nell’iter della canonizzazione del Beato Antonio, processo interrottosi allora e mai più ripreso. In primo luogo un diverso atteg­giamento dei superiori dei frati minori nei confronti dei tempi eroici dell’Osservanza; e, in secondo luogo, nuovi e importanti miracoli ot­tenuti per l’intercessione del Beato: il tutto congiunto con il cul­to e l’affannosa ricerca di corpi santi e reliquie, un’autentica passione, che pervase gli uomini del secolo XVII.

Nel 1639 la Custodia della riforma umbra viene eretta in Provin­cia e il convento di San Damiano ne diviene sede provincializza. La “leaderscip” umbra dei Riformati diviene in seguito così potente, tanto che nel 1669, su richiesta del pontefice e con l’intervento personale del Ministro generale, ci sarà un tentativo di levare dalla Porziuncola gli Osservanti per introdurvi i Riformati.

Agli anni 1669-1672, sotto il provincialato di frate Giovanni Salva­ti da Stroncone e il guardianato frate Giovanni d’Acquasparta, risal­gono due fatti che rimandano all’Osservanza della prima generazione: la presunta scoperta, nel 1671, del sepolcro del Beato Paoluccio Trinci nella chiesa montana di San Salvatore di Cerchiano, e, qualche tem­po dopo, la decorazione della porta d’accesso al chiostro del conven­to di Santa Maria degli Angeli in Assisi: un singolare manifesto dove, at­traverso l’immagine, si rilegge il farsi dell’Osservanza. Al cen­tro l’Annunciazione, copia di quella venerata nella Porziuncola, ma anche emblema della castità; a sinistra San Francesco, a destra frate Pao­luccio Trinci, affiancato dallo stemma di casa Trinci. Al di sotto un frate in ginocchio, che mostra le piante dei piedi in primo piano, a fianco dell’arma dell’Ordine: quasi di certo trattasi del Beato Antonio da Stronco­ne che, andando a piedi nudi, di tanto in tanto era solito ricucirli con ago e refe. In due ovati, ai lati: a sinistra la Beata Angela , a destra la Beata Angelina. Al di sotto dei due ovati, due figure allegoriche rappre­sentanti l’Obbedienza - come recita la scritta sottostante - e la Po ­vertà, poiché il volto gioviale della figura risponde alla descrizione da­ta a questa virtù dal “ Sacrum commercium”. Castità, povertà e obbe dienza: i tre voti dei seguaci di Francesco i cui figli prediletti sono quei laici illetterati che hanno rifiutato la clericalizzazione e la mona­cazione e sono stati veri testimoni della povertà evangelica: tali furo no la Beata Angela da Foligno, la Beata Angelina da Montegiove, il Beato Pao luccio Trinci e il Beato Antonio Vici. Ad affrescare que­sta scena, così come l’intero chiostro, fu Francesco Providoni, lo stes­so pittore che durante il processo diocesano per il riconoscimento del culto prestato «ab immemorabili» al Beato Antonio, fu chiamato a dise­gnare la rosa che si vedeva sulla mando destra del minorita, e così sottoscrisse il disegno eseguito per l’occasione: «Io Francesco Providoni Bolognese, pittor deputato per ricono­scer li ritratti del sopradetto beato e la rosa espressa qui sopra d’ordine di mons. ill.mo Giustiniani vescovo d’Assisi, ho misurata, dise­gnata e colorita con ogni accurata diligenza».

Questo processo ebbe inizio nel 1681, con la ricognizione del corpo, e fu nominato definitore frate Cherubino da Spoleto, sacerdote professo della stretta Osservanza. Nell’arco di circa due armi furo­no raccolte numerose testimonianze suddivise in quindici paragrafi e concernenti il culto prestato al Beato e i miracoli attribuiti alla sua intercessione. Il processo diocesano sulla santità di vita, sulle virtù e sui miracoli del Beato Antonio, fu celebrato il 20 marzo 1683, fu quindi trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti che, ritenendolo confor­me, il 17 giugno 1684 lo ammise all’esame e al giudizio della stessa Congregazione e quindi del Santo Padre. Cinque i miracoli recenti addotti, con relative testimonianze giurate:

  • Chiara di Fascicola, una quarantenne di Assisi, per intercessione del Beato, è liberata dal possesso del demonio;
  • il Beato ottiene nel 1683 il parto felice a Francesca moglie di Giovanni di Valfabbrica, abitanti a Petrignano;
  • quando qualche religioso del convento di San Damiano sta per morire, dall’urna del beato partono alcune pulsazioni ammonitrici;
  • sana nel 1680 Lucrezia Saracchi di Foligno da un male incurabi­le all’utero;
  • ridona nel 1682 l’uso del piede destro, che era andato in cancre­na, a Dorotea Porfiri nobildonna di Foligno.

Furono soprattutto queste ultime due guarigioni prodigiose a pro­vocare, come ebbe a testimoniare il capitano Filippo Egidi di Assisi, un «gran concorso di popolo della città di Foligno e suo territorio e da molte altre parti di questa provincia». E ben presto la fama della potenza taumaturgica del Beato Antonio si diffuse oltre i confini del­l’Umbria. Si legge nel decreto rilasciato dalla Sacra Congregazione dei Riti il 28 giugno 1687, con il quale Innocenzo XI confermò la sen­tenza del vescovo di Assisi, che riconosceva il culto prestato «ab im­memorabili» al Beato Antonio e ne approvò la relativa ufficiatura, che a sollecitare il processo canonico erano stati tra gli altri il governatore dell'Etruria e quello della repubblica di Genova, i vescovi e il clero delle città di Assisi, Terni, Narni e Spoleto.

Grazie anche a questi importanti appoggi, era stata dunque rag­giunta la prima tappa; e quanto prima il processo avrebbe dovuto ri­prendere per giungere alla canonizzazione. Passò un secolo e non se ne fece nulla. In un promemoria del comune di Stroncone si riconosce che nel frattempo il corpo del Beato era stato decentemente con­servato in San Damiano, «ma per essere quella città ripiena di tanti santi, anche qualificati, suoi gloriosi concittadini, e per esser abbon­dante di celebri e cospicui santuari, edificati sul suo suolo, hanno sempre questi assorbita la devozione del nostro beato e poco meno che incognito riposava nell ’accennata chiesa rurale. Il popolo di Stroncone nell’anno 1799, tempo infelicissimo della sedicente repub­blica allorché prese l’armi in favore del sommo pontefice romano, gli fu assediata la propria terra dalla truppa francese, composta fra l’altri, di molti militari assisani. Tra le più enormi sacrileghe azioni, com­messe in specie dalli soldati assisani, una fu quella di fucilare le sta­tue delli gloriosi santi Antonio abbate, Pasquale Baylon e del nostro protettore B. Antonio, quali assisani sono ancor viventi. Dispiacque estremamente e col massimo orrore rimirò il sacrilego ed enorme mi­sfatto il popolo Stronconese e terminata la zuffa con lagrime agl’oc­chi, con mano tremante, raccolse i miseri avanzi del simulacro rap­presentante il suo tanto venerato concittadino e protettore, già spez­zato e distrutto da quelli stessi Assisani che possedevano il sagro cor­po. Questo atto sì anticristiano fu l’ultimo impulso che maggiori risvegliò le premure del zelo Stronconese verso il loro inclito beato con­cittadino. Avanzò dopo estinta la sedicente repubblica fervorosa supplica alla santità di N. S. Pio papa VII felicemente regnante, e supplicava S. Santità acciò fosse riportato alla patria il loro tanto ve­nerato concittadino protettore, dove maggiormente si sarebbe eccita­ta la fede ne’ popoli, il culto al beato, la gloria all’Altissimo» (Archivio Provinciale Porziuncola).

Ottenute le debite facoltà dal pontefice e dai superiori dell’Ordi­ne, si incaricò della traslazione il minorità Stronconese Angelico Co­letti, guardiano del convento di Stroncone. Egli, partito da Stroncone il 23 agosto 1809, alla guida di venti giovani concittadini, tre giorni dopo entrò in possesso dell’urna del beato custodita in San Damiano. Dopo un movimentato viaggio, durato quattro giorni, il corpo del Beato, la sera del 27 agosto, era stato già allogato nella chiesa con­ventuale di San Francesco a Stroncone, dove «per otto giorni fu tenuto sempre esposto con copia di lumi, officiata la chiesa con la possibile solennità». Ma «dopo sì grande allegrezza e dopo una vit­toria sì segnalata, principiarono amarissime afflizioni», come appun­to ebbe a esprimersi Angelico Coletti ne la “Esattissima notizia della traslazione del beato Antonio Vici da Stroncone” (Tratto da: M. Sensi, Il Beato Antonio da Stroncone, “gloria e vanto” della “Regolare Osservanza”, 1993).



Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it



 
 



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